Zia, Ale e una finestra a Taghazout. Capitolo 64. 21/12/2025
Sono seduto sul divano in una casa sul mare a Taghazout, in Marocco, con le onde che entrano nella finestra, fanno “ciafrá” e poi risaccano via.
La Playlist suona MirodiMare che secondo me ci sta proprio bene con le casette colorate che vedo di fronte. Sto ragazzo è un talento.
Son partito da solo in pieno stile viaggiodiale, anche se a sto giro mi so impegnato pure a cercare un pazzo/a che mi seguisse in quest’avventura last minute.
Il motivo?
Il Marocco l’ho sempre visto come un posto lontano e misterioso, da vedere in condivisione, forse perché avevo la sensazione di potermi sentirmi spaesato. O forse perché un po’ mi ricordava la favola di Jasmine e Aladin, che poi erano indiani no? Mha, bho.
Pensavo che il Marocco in generale fosse un mondo complesso, difficile e a tratti pericoloso.
Mi sbagliavo tantissimo.
I marocchini sono un popolo stupendo.
Non urlano, non si lamentano, sono calmi ed educati. Vivono la vita in scioltezza pensando alle priorità vere: figli, cibo, amici.
Nelle loro case ci sono sale enormi con divani lungo tutte le pareti, non c’è una parete libera, è pazzesco.
Sono case per famiglie numerose, che danno valore della comunità.
L’insieme che vince contro l’individuo.
Più ne simm, più bell parimm, disse il vecchio saggio.
Marrakech mi ha illuminato.
Ho guidato per 700 km in questi 4 giorni pazzi, ho preso una multa per eccesso di velocità in mezzo al deserto (nahhh) , ho fatto attraversare cammelli davanti alla mia auto, ho guidato con l’oceano atlantico negli occhi, passando in posti poveri che mi hanno ricordato il Kenya.
È stato pazzesco.
Deve essere assurdo per quei bambini vedere l’occidente ricco che gli passa sotto al naso ogni giorno e sentirsi così meno fortunati di noi. Gulp.
Ho camminato di notte tra strade disastrate che pareva essere scoppiata na guerra il giorno prima, ma non ho mai avvertito la sensazione di pericolo, anzi.
Sono protettivi, ospitali, gioviali, simpatici.
In verità moltissimi mi scambiavano per marocchino per la mia pelle scura e la barba, qujndj forse manco si so resi conto che ero turista, sono uno di loro.
Da qui sento le urla di ragazzini che stanno giocando a calcetto nel campetto di quartiere che vedo da qui.
Stanno giocando marocchini autoctoni contro ragazzini biondissimi che saranno figli di genitori surfisti.
Qui tutti surfano, si parla solo di onde e tutti i negozi sono pieni di tavole colorate, è tutto surfcentrico.
Giro la testa dall’altro lato e vedo su un terrazzino una mamma con il velo che pettina la figlioletta senza velo, lei ride, io rido.
Sull’altro terrazzino ci sono due ragazzi che si muovono con atteggiamento swag, tipo come se stessero rappando mentre parlano.
E in spiaggia ci sono due tre ragazze sole che leggono libri.
È un bellissimo meltinpot, un bellissimo equilibrio pacifico dove convive il mondo intero tra stradine, negozietti colorati, tappeti e cose stupende fatte di pelle.
Mi sento al posto giusto, con la compagnia giusta.
Fisicamente non c’è nessuno con me come ho detto poco prima, (mammamia quanto è bello dire pocoprima), però questo viaggio l’ho fatto con una presenza importante: mia zia.
Avevo bisogno di staccarmi un po’ e vivermi questa grande perdita senza dover essere sempre quello “forte”. Ho rivissuto nella mia testa la nostra vita in famiglia, con il nonno, nonna, cercando di aprire tutti i cassettini della memoria ad uno ad uno, ho rispolverato i ricordi (lei ci teneva assai a ‘stu fatt della pulizia), e poi ho lasciati i cassetti un po’ aperti, per fa passare l’aria, così si tengono meglio eh zia?
Sta cosa non riesco a farla nella vita di tutti i giorni quando altri problemi mi rimbalzano addosso, perché empatizzo talmente tanto che il tempo si comprime. Cerco di dare un pezzo di me a tutti quelli che mi vogliono bene, cerco di risolvere i problemi di tutti.
Il mio corpo va in autopilota, si muove, fa cose, ride, scherza, ma la testa pensa ad altro, fa cose sue.
In questo processo di sinapsi impazzite, tutto diventa caotico, si alza tanta polvere, e allora sti cassetti li devo tenere chiusi che sennò la polvere sporca i miei ricordi più belli.
I “viaggidiAle” nascono per far sedimentare i miei pensieri.
Cercando per quel breve tempo di togliermi la maschera di Superman ed essere solo Ale, un uomo di 39 anni ohmaronn, affacciato ad una finestra sul mare con i suoi pensieri.
Questa libertà momentanea è come il bombolone di Ornella. È una forma di gentilezza che faccio a me stesso. È come musica. Sopravvivenza.
Di solito Superman mi viene bene, ma da quando vivo praticamente sempre con nonna, ho dovuto imparato ad esserlo ancora di più.
Sapere che ogni secondo, ogni momento, che lei passa a raccontarmi una storia, la sua infanzia, la vita in America, allontana la sua testa da un dolore immenso, mi rende sereno. So che il tempo che sto passando con lei ha un valore immenso per lei e anche per me.
E vabbè, durante sta cosa, io tengo chiusi un po’ I miei cassetti, in modo che lei possa aprire i suoi liberamente con me. Li apro solo un pochino quando lei va a dormire e io sto solo sul divanetto azzurro e giallo di zia.
Forse per questo appaio un po’ sopraffatto in questo periodo.
Perché essere Superman costa fatica, e a volte sono semplicemente stanco.
A volte vorrei solo essere una di quelle persone che non “sente” gli altri.
Che vive pensando solo a stronzate, aperitivi, djset, gnigni e gnegne, tipo che non si immedesima, che fanno tutto con letture ciniche.
Ma stu fatt dura poco, mi farebbe veramente schifo essere così.
Qua intanto i cassetti stanno prendendo forma, si stanno aprendo come forzieri segreti facendo rumore di incastri che vanno tutti al loro posto.
Sono color mogano, odorano di castagne, come quelle che davo a zia il sabato dopo scuola.
Eccoli qua, sono tutti aperti ora e sento la sua anima qua.
Smetto di scrivere, mi dedico a lei.
Peace
Ale



