Flusso di coscienza sul mare. Torre del Greco. Capitolo 52. 4/8/2020

Flusso di coscienza sul mare. Torre del Greco. Capitolo 52. 4/8/2020

Quel piccolo gozzo di legno che vedo qui dalla finestra non lo sa, ma glielo dico: sei bellissimo.
Ci sono due signori su, avranno l’età di mio padre. Ridono, pazzeano: uno guida questo piccolo motore 5cv che scoppietta e l’altro beve una birra.
Sono amici da una vita, lo percepisco chiaramente dalle loro risate di gusto, senza filtri, a pieni polmoni. Sembrano così sereni, un tutt’uno con il mare calmo di stasera: sembra un sorriso comune, loro, il gozzo, e il blu tutto attorno.
Non so davvero spiegarvi quella sensazione di otium latino che si respira qui dalle 19:30 alle 21:00.
È otium che non è ozio ebbast.
È qualcosa di molto simile ad una carezza, un abbraccio, un sorriso speciale di quel bambino a Suguta, o quello della mia mamma ogni volta che le racconto dei miei viaggi.
È il godere dello stare nel posto in cui ci si trova, senza fare esattamente qualcosa di preciso.
Essere.
Appartenere a quel posto.
Come me d’altronde, che sto qui a scrivere ste due righe al cielo, mentre sul tavolo c’è un asciugamano da mare, una bottiglia di olio e due cucchiaini con tre scontrini.
Mi fa ridere il modo in cui nessun oggetto c’entra un cazzo con l’altro.
È un amabile caos.
Il sole sta scomparendo dietro Napoli e intanto sono le ore 20:00, sento già il rumore dei piatti del ristorantino sotto casa che sta preparando o’serviz p staser.
Anzi u’serviz, perché stamm a Tour u’Griec. (“Torre del Greco” per i miei amici non autoctoni).
Il tipo che fa piano bar sta cominciando a fare i suoi check microfono ed è bella la dedizione con cui lo fa. “1,2,3, prova, prova. 1,2,3 ueeee franceee vien caaaa” tutto senza staccare la bocca del microfono. Poi fa sempre una canzone di Mario Biondi così come intro, quella che fa laiilaa, laiiila, Laila, lailaaa, uotuacciùaaaaar. Sicuro mentre la leggete la state cantando e siete entrati nel mood.
Boooom: scusate, ho alzato lo sguardo dallo schermo.
Qui, davanti ai miei occhi, è un piccolo angolo di paradiso.
Allora prendo il divanetto bianco e lo metto accanto alla finestra.
Un bicchiere d’acqua fredda dal frigo messo qui vicino.
Nessuna musica, ma solo quella del mare che fa fiuu…poi 2 secondi…e ancora fiu.

Sembra il battito di un cuore in pace.
Non mi serve nient’altro.
Sono nella mia dimensione.

Tutto prende un senso diverso.
Gli occhi si bagnano, si umidiscono, come se volessero piangere dalla gioia.
Sento il corpo un pó tremare, e scuotersi dal torpore.
Dove le cose non sono più cose, ma sono idee.
Dove le persone non più persone, ma sono energie.
È un mondo dove impari ad ascoltare con sensi diversi, sensi che non ti insegnano a scuola e nemmeno all’università.
A me questo senso di voler scavare dentro l’ha insegnato la mia famiglia, i miei genitori. Me l’ha insegnato lo sguardo preoccupato di mia nonna quando le dico che non mi sento bene.
Me l’ha insegnato Napoli.
Quando cresci con l’amore attorno, qualcosa dentro ti cambia, ma solo se sei disposto ad accoglierlo.
Strano sentir parlare un uomo di 34 anni così (34 maroooo) vero?
Lo so, lo so, ne sono cosciente.
È l’uccello blu di Bukowski, quello di cui si parla del video della home page del mio blog.
È essere complici con sé stessi, essere coraggiosi e donare quello che si sente senza paura, ma anzi, con fierezza.
E intanto, immerso nel mio flusso di coscienza, mi so perso il gozzo che chissà in quale isolachenonc’è sarà andato.

La verità è che sta diventando difficile riuscire a vincere la forza della quotidianietà fatta di email, scadenze, check, allineamenti, fare asap, etc.
È sempre più difficile riuscire a proteggere la mia identità fatta di pizza&musicadipiano.
E cosi a volte mi sembra di non riuscire più a rilassarmi, a respirare lento, e ad ascoltarmi.

Oggi ci sono riuscito, è uno di quei momenti.

E allora ringrazio il mare, metto su le cuffie e la mia playlist di Yiruma e sono in tempo zero su una sedia scricchiolante di legno e tanti vetri intorno, con i pini che fanno ciao ciao e il neon che fa nzuum.
È così continuo con questo pensiero confuso che poco fa mi ero detto “oh alé scriviamone uno con quella bella struttura ad anello, contenuti simpatici, che spiegano una morale bella e importante”
Col cazzo.
Non so dove andrò a parare.
Io però, vi giuro, m sent o stress strunz di sempre, anche se ormai sul mio biglietto da visita c’è la parola “Manager”.
Bho, forse perché tendo ad essere sempre iper curioso, e allora imparo. Assorbo.
Non ho mai avuto un gran metodo di studio e anzi per imparare le dimostrazioni di alcuni teoremi ci mettevo anni, e nun capev nun cazz, spesso e volentieri.
(Meccanica razionale, ti schifo.)
Però si, sono contento di quello che sono diventato. Del mio modo di apprendere dalla vita.

Dicevamo.
È passato tanto tempo.
Lo so.
Il mondo intanto è cambiato, lo so.
Non so perché non son riuscito a scrivere prima di oggi.
Anzi, a dire il vero ho scritto, ma tanti pensieri piccoli e confusi, niente che avesse davvero un senso.
Tu, lettore, dirai “embhe ora che stai facenn” e pur tien raggion.
Non so ragazzi, vi è mai capitato di non voler mettersi a nudo?
Nunnè che pensat che sia facile per me scrivere così? Credetemi, non lo è.
Più si diventa “grandi” più è difficile ascoltarsi e ancora più difficile raccontarsi. Anche per me che lo faccio da sempre.
Questa è la lezione di stasera.
Tutti, ogni tanto, ad ogni età, dovrebbero mettersi davanti ad un pezzo di carta, mettere le cuffie con Yiruma o Einaudi e raccontarsi un pó.
Parlare un pó con sé stessi.
Scrivere random dovrebbe essere una facoltà all’università.
Che corso fai? Sto alla Federico 2,
corso “Scrittura randomica”.
Sarebbe bellissimo.
Gli studenti avrebbero tutti i capelli colorati, e sarebbero tutti dei gran bravi ragazzi. I professori sarebbero bambini di 10 anni, e i banchi sarebbero tutti diversi, fatti a mano con mille pezzi di parquet di campo di basket.
(Oh Ale, ma ci hai rotto con il basket, vi sento.
Fatevi i flussi di coscienza vostra, oh.)
Sarebbe un pozzo creativo stupendo, anzi non pozzo perché le cose non andrebbero a fondo, ma anzi esploderebbero verso l’esterno.
Facciamo bomba creativa. Chissà quante belle idee uscirebbero.

Ah, devo aggiornarvi sulle notizie ANSA.
Allo: come tutti quelli che mi vogliono bene già sanno, il pistacchio è diventato un pinolino e quindi badabum, si vola.
L’altro aggiornamento è che sto facendo altri accertamenti per un problemino all’intestino.
Niente di così strano, ma dovrò fare uno di quegli esami dove mettono una telecamera dentro di te.
Mha, non suona così divertente ma “è meglio farla per capire bene”.

Bho, intanto si è fatto buio.
Al piano bar c’è Caruso.
La luna è arrivata.
La sveglia con su scritto “mettere la maglia di Kobe o shaq” ha suonato.
Devo prendere la mia pillola.
Perché la sveglia si chiama così?
Perché a fine Gennaio andai in America da solo e la sveglia per prendere l’aereo di partenza alle 4 di mattina aveva questo promemoria per evitare di dimenticare di mettere in valigia la maglia che avrei indossato alla partita dei Lakers.
Il giorno che Lebron avrebbe superato Kobe.
Che poi il giorno dopo la partita morì Kobe ed io ero a Philadelphia, fisicamente proprio, ero nella sua città natale il giorno che è morto.
Coincidenze, forse si.
Sta di fatto che da quel giorno non ho mai cambiato il nome della sveglia perché ogni volta che la leggo mi ricorda lui.
Mi ricorda quel giorno alle 4 di mattina che scelsi la maglia di Kobe.
Mi ricorda la passione che mi ha insegnato.
Mi fa sentire più vicino al mio idolo.

Al piano bar ora stanno suonando e cantando Quann chiove di Pino.
-Ennó, uaglió, liev a miez.
3 ottave sotto e pure fa cagà.-

Peace

Ale

(Un abbraccio a tutti. Spero riusciate anche voi ogni tanto a sentire la bellezza che c’è fuori e dentro di voi.)

Ti ringrazio della lettura. Se ti va puoi scrivere qualcosa qui:

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